sabato 3 luglio 2021

LA CAPANNA SUDATORIA SECONDO ME

 

 


Devo raccontare com’è che intendo la capanna sudatoria e come la conduco, perché non scimmiotto nativi di alcuna cultura: ne ho troppo rispetto, un Sacro rispetto.

Perché li rispetto, rispetto anche il fatto che noi occidentali (anche se loro sono più ad occidente di noi) siamo diversi da loro, molto. Per cui nessuna parte della nostra cultura trova riscontro nella loro tradizione. Addirittura i linguaggi sono diversi, tale per cui loro non hanno vocaboli che per noi sono abituali, né conoscono i concetti che esprimono. Vale anche il contrario, anche se i traduttori hanno provato a trasmettere quello che loro intendono.

Ci si può solo immaginare, in conseguenza, cosa possiamo capire di come loro intendono la natura, gli elementi, il senso della vita, della comunità, dello Spirito.

Una cosa, quella che mi ha spinto a seguirli nella mia ricerca, la so ed è racchiusa in una frase di un loro Uomo Medicina che lessi all’inizio del mio percorso: “O lo Spirito fa crescere il grano, o sono solo chiacchiere da imbecilli”.

Questo accomuna tutte le genti di tutte le tradizioni, ma non noi, che invece vediamo le due cose, Spirito e Materia, in contrapposizione, con l’una che esclude l’altra.

Senza attingere alla loro cultura si può usare la struttura che ci hanno mostrato, impararne le modalità di costruzione e utilizzo, mooolto materiali e faticose, e adattarvi la nostra cultura. Per lo meno per coloro che hanno intenzione, o necessità, di accedere a sé stessi in quella che può essere catalogata come parte spirituale. Ci sono miliardi di vie e strade, sia chiaro, e non sto dicendo che questa sia meglio delle altre. Ma, proprio perché serva a “far crescere il grano”, non ha senso utilizzarla folkloristicamente e come un’esperienza alternativa una tantum.

Ho partecipato alla mia prima capanna in una fredda sera di gennaio del 1990 e da quella volta ho incontrato le più svariate forme di questa “cerimonia” condotta da Nativi, da emuli e da improvvisatori, e ho piena contezza, quindi, di cosa è per me e come mi sento di proporla a chi ne vuole far uso.

Il cerchio, le direzioni, gli elementi, il sudore e il dolore sono insindacabilmente un linguaggio comune col quale, ad un certo livello, si manifestano i simboli e tutto ciò che essi evocano. Questo resta fisso. Ma nella nostra cultura non c’è spazio per la relazione che hanno con noi stessi, se non a livello intellettuale e poetico. Negli uffici o in qualsiasi altro posto di “lavoro” (una delle parole che loro non hanno nel loro vocabolario) può entrare uno qualsiasi dei simboli detti come tatuaggio alla moda o come strascico di un weekend passato in bella compagnia. Ricordo alcune figure, tutt’ora in circolazione, che erano venuti a far la capanna perché “ghe xe babe nude” (per i non triestini, ci sono donne nude), e non faccio fatica a credere che poi abbiano continuato a farle e a proporle poi con gli stessi ideali.

Ma lasciamo perdere cosa non è la Capanna Sudatoria, che a qualsiasi livello e sempre un’esperienza di sé che qualcuno fa, ed è la benvenuta, pur se condotta alla maniera new age più spudorata.

Credo che l’intendere la capanna sudatoria come un mezzo per purificarsi sia frutto della mentalità cattolica che ci attribuisce una impurità originale seguita per tutta la vita dalle altre che si accumulano e che vanno eliminate per poter accedere al mitico regno di dio.

I Nativi, quelli che non si sono sottomessi al cristianesimo, né ad altre religioni, quelli che sono rimasti ancorati alla loro tradizione originale, non hanno la minima contezza di cosa sia l’impurità, per cui non possono concepire di fare qualcosa per eliminarla e ripristinare la purezza. L’Umano vive per fare del suo meglio in collaborazione con lo Spirito e con Madre Terra, cominciando con l’imparare dagli anziani e poi da sé stesso, attraverso le esperienze che incontra.

La consapevolezza che in certi momenti della vita necessitiamo di una coscienza speciale, non ordinaria, ha fatto sì che immaginassero dei riti e delle cerimonie che la portino alla luce, la facciano affiorare dalle polveri abituali del quotidiano, per poterla percepire in sé e utilizzarla al meglio. La capanna sudatoria è uno di questi strumenti.

Il loro stile di vita ha poco a che fare con il nostro, quello cosiddetto civile, e la coscienza non ordinaria, per loro, deve illuminare quello che per loro necessita di cambiamento, di nuova attenzione, di radicale trasformazione. Per cui i loro riferimenti sono le loro radici, i loro canti e le loro relazioni con il Tutto. E non sono i nostri. I canti, per esempio, loro li hanno “ricevuti”, chi nelle visioni, chi durante una cerimonia particolare, chi in sogno, ma sono tutte articolazioni di un linguaggio da usare da loro per loro. Di sicuro, essendo canti, hanno anche un veicolo di bellezza che a noi può risuonare, ma non hanno per noi alcun significato.

Dovremmo imparare a “ricevere” dei canti anche noi, se ne fossimo capaci, ma credo che usare i loro, a parte il piacere di cantarli, non serva ad altro che a credere in qualcosa di cui non solo non si sa niente, ma che nemmeno c’entra con noi e la nostra vita.

La capanna è un “attrezzo” che , come la zappa, il martello o il computer, si può usare a qualsiasi latitudine.

Detto questo, ritengo che per noi europei non ci sia niente di più difficile che generare deliberatamente quelli che in ogni tradizione (anche la nostra) vengono chiamati “sentimenti di guarigione”. Preferiamo aspettare che succeda qualcosa che ce li faccia provare. Ecco che l’Amore, la Compassione, il Perdono e la Gratitudine sono concetti, distanti dal nostro corpo e ben abbarbicati all’ideologia. Il Corpo, l’Anima, la Mente e lo Spirito sono etichette a contenitori di concetti utili per i corsi della domenica. E al “lasciar uscire” qualcosa che è già lì e non aspetta altro, attaccandosi al sudore, preferiamo il “tirarlo fuori”, depurarlo.

Con la capanna si impara che non c’è niente da togliere via, ma che se lasciato uscire, c’è molto di ciò che ci serve nella vita quotidiana.

Nostra.

Delle nostre latitudini.

Dunque, vista la filosofia che delimita lo spazio in cui mi muovo nel condurre la capanna sudatoria, vediamo come si snoda poi nella pratica.

Partiamo da alcuni dati oggettivi:

  • è una tensio-struttura di rami di frassino ricoperta da coperte

  • è buio il più possibile totale

  • fa molto caldo

  • si sta seduti sulla nuda terra (su un tappetino o stuoietta) con indosso il meno possibile

  • si richiede un focus determinato

  • ci sono “altri” di cui aver rispetto pur potendo smanettare i propri neuroni

  • Spirito e Materia sono le due facce della stessa medaglia

  • è una pratica e non una gita nel folklore e per questo

  • si fanno affermazioni e non preghiere

Che detta così non è che racconti molto. E sono qua apposta.

La capanna sudatoria è una pratica in cui ci si trova a contatto con alcuni propri limiti fisici, non molto dissimili da quelli che si incontrano in altre pratiche, che ci mettono a confronto nel nostro rapporto con noi stessi e con le nostre abitudini, comunemente chiamate “comfort zone”. Niente di che, perciò, solo un mettersi in un ambiente non abituale. Che in questo caso è molto simile ad una sauna. E chi la pratica ne conosce i benefici.

Questa pratica, come la propongo io, è un inserirsi nelle analogie fra il mondo che ci circonda e quello che ci abita. I cicli della vita là fuori hanno gli omologhi all’interno, e un modo interessante di uscire dalla zona di comfort è quello di scoprire se siamo o meno, in relazione con i due mondi, che hanno le loro modalità ben definite. Per questo ci prepareremo prima nel conoscere e comprendere le 8 direzioni dell’orientamento, proprio per avere gli strumenti con cui tornare a casa, là dove siamo da quando siamo nati, pur se da quel luogo molto distanti da decenni.

Lavoreremo con i 4 sentimenti di guarigione generandoli deliberatamente e li faremo uscire insieme al sudore, per prenderne coscienza. Lavoreremo sui 4 livelli della consapevolezza, come voluto dai cerchi della struttura, e ricorderemo chi siamo. Accogliendo in sé la responsabilità della Libertà.


giovedì 18 marzo 2021

Ariy'el secondo Igor Sibaldi

Nati dall'8 al 12 novembre

Ariy'el secondo Igor Sibaldi
 
Sibaldi vede, nella radice ayin-resh-yod del Nome il concetto: "tra le apparenze, come attraverso una nebbia, io conduco alla verità". E aggiunge che, se è vero che a tutti piace sentirsi un po’ speciali, a nessuno piace essere davvero diverso: ogni ‘Ariy’el avrebbe molto da raccontare a questo proposito, se l’imbarazzo, il timore anzi dei suoi meravigliosi talenti non l’avessero spinto fin dall’infanzia a tenerli nascosti perfino a se stesso. In realtà gli ‘Ariy’el sono tutti, per loro natura, veggenti: non sanno spiegarsi, cioè, come mai molte volte al giorno sboccino nella loro mente intuizioni tanto luminose sugli argomenti più diversi. È sufficiente che provino interesse per qualcosa o qualcuno, ed ecco che già hanno la strana, netta sensazione di saperne moltissimo, di conoscere soprattutto ciò che quel qualcuno nasconde. Provate a chiedere loro un consiglio su un qualsiasi argomento: nelle loro risposte baleneranno lampi di rivelazione, di cui si stupiranno anche loro, tanto quanto voi. Proprio quello stupore è la conferma del loro talento: gli antichi profeti sapevano bene che per sviluppare queste strane doti bisogna educarsi a non voler capire, a meravigliarsi soltanto. 
 
Ma quelli erano tempi in cui la profezia era un mestiere riconosciuto e spesso stimato, e lo si poteva imparare da qualche bravo maestro, mentre oggi queste facoltà eccessive rischiano di risultare soltanto scomode: sia di per sé, perché sono inquietanti, sia anche per l’eccesso di energia psichica che a esse si accompagna e che finisce con il diventare, spesso, un impaccio. 
 
Ognuno sa, per esempio, che nella nostra epoca è essenziale la specializzazione: ma la mente effervescente degli ‘Ariy’el non sopporta limitazioni al proprio campo d’azione, scopre e smaschera ovunque, e in certi suoi settori è perennemente attraversata da flussi di illuminazioni; dieci professioni non le basterebbero, per poter mostrare ciò di cui è capace! Complicazioni analoghe si hanno nella loro vita sentimentale: rarissimo, per un ‘Ariy’el, è trovare un compagno o amici di cui in breve tempo non conosca già tutti i segreti (il che non è mai bene) o che riescano a stare al passo con il continuo moltiplicarsi dei suoi interessi. La maggior parte degli ‘Ariy’el credono che tutto ciò sia troppo anomalo, e sgomenti, preoccupati, spaventati anche da quella loro particolare genialità, si sforzano – e riescono – a fuggire a lungo da se stessi. Alcuni si trovano lavori che impongano davvero continui spostamenti e perenne distrazione: autisti, camionisti, ferrovieri, rappresentanti, interpreti; altri semplicemente si spengono, come noi spegneremmo una radio: si impongono di sembrare normali e si scelgono perciò modesti ruoli di factotum – segretarie, assistenti, trovarobe – in cui almeno una parte delle loro doti possa esprimersi senza attirare troppo l’attenzione. Ed è naturalmente una sorte triste, non soltanto perché in fondo al loro cuore rimane sempre la sensazione di aver sbagliato, ma perché il destino ha l’abitudine di accanirsi contro chi rifiuta la propria eccezionalità, e li bombarda di frustrazioni in tutti i campi. Il risultato è di solito una forma depressiva più o meno grave, nella quale gli ‘Ariy’el si trovano imprigionati come il profeta Giona nella Balena, a tracciare cupi bilanci della loro esistenza. Erano ‘Ariy’el sant’Agostino, il più famoso depresso precoce della storia del cristianesimo; e Dostoevskij, che dopo i primi brevissimi successi riuscì a buscarsi, invece d’una depressione, una condanna a dieci anni di lavori forzati per un’intemperanza insignificante; o Alain Delon, che per scomparire e deprimersi al contempo andò in guerra in Indocina. 
 
Ma, talvolta, proprio questi periodi cupi possono diventare la salvezza: nel malessere, nell’angoscia, nella disperazione anche, gli ‘Ariy’el più fortunati si vedono finalmente costretti a fare i conti con se stessi, e hanno allora buone probabilità di trovare il coraggio di abbracciare la propria incredibile vocazione, e di stupire il mondo. Non sarebbe stato meglio farlo subito? Se siete dunque un ‘Ariy’el, o ne amate qualcuno, salvatevi e salvatelo, e l’umanità vi sarà grata. Negatevi, o negategli, qualsiasi possibilità di esitare! In fondo, l’unica cosa che occorre a questi profeti, è che imparino a fidarsi di se stessi più che del mondo intorno. Non importa se appaiono troppo sopra le righe: che possono farci, lo sono davvero! E se tutto ciò che fanno sembra incontenibile, troppo nuovo, troppo diverso, che male c’è? Non sanno fare altro, e nessuno saprebbe farlo meglio di loro. 
 

Quanto alla professione, va notato che in realtà il profeta o lo sciamano sono occupazioni inadatte ai tempi attuali solo se le si vuole svolgere come qualche migliaio di anni fa, ammantandole della stessa dignità esclusiva che avevano allora: ma un profeta o sciamano che abbia fede nelle proprie doti può dare ottimi contributi ovunque occorrano idee innovative, soluzioni brillanti o penetrazione psicologica, e le professioni che si basano su questi talenti sono numerose. Agli ‘Ariy’el non ne basta una, ne vogliono molte e diverse? E perché no? È sufficiente che smettano di aver paura di sé, e decidano di meritarsi gioia e ricompense. Condizione, quest’ultima, da cui dipende anche la loro felicità privata: com’è possibile, infatti, che chi ti può amare ti ami davvero, se non osi sapere chi sei e non vuoi farlo sapere a nessuno?

sabato 22 agosto 2020

Siamo noi i creatori del nostro creatore

 

 

Ho scoperto oggi che c’è chi attribuisce agli Hopi dell’Arizona una storia della creazione che ho già sentito, simile, come proveniente dall’induismo, dove Brahmann faceva le stesse cose in una sessione con gli altri dei.

E rifletto.

In primis sulla definizione de “il creatore”: che creatore è quello che prima crea una cosa e poi la nasconde? Appare, ad un semplice impatto logico, con tendenze schizofreniche. Ciò che è evidente è l’accettazione acritica dell’esistenza di un creatore. Dando per scontato che esista, il lettore o ascoltatore, si eccita all’idea che ci sia qualcosa dentro di lui che debba essere talmente importante, visto che è stato il creatore a nasconderglielo dentro invece che fuori, da sollecitare il suo ego a cercarlo. È più eccitante la caccia al tesoro che il tesoro stesso. Il senso della ricerca, dell’impegno impiegato a riscuotere prima o poi il premio, mette in moto l’entusiasmo ad essere i primi ad arrivarci, con tutto ciò che consegue all’appropriazione del tesoro portato alla luce. Ma togliendo al cercatore la coscienza che il tesoro è già in suo possesso.

Seconda riflessione: essendo il creatore “il creatore”, ci si aspetta appartenga ad una dimensione di esistenza di molto diversa dall’essere che ha creato, con una coscienza molto più ampia di quella della sua creatura, tale per cui si suppone che essa creatura debba quanto meno trascorrere del tempo applicandosi per raggiungere la stessa qualità e quantità di coscienza del creatore. A quale scopo, quindi, nascondergli la sua capacità di creare la “propria” realtà? Non è forse il caso di vedere che, se c’è un creatore che crea una creatura che può a sua volta creare la propria realtà, si manifesta solo un falso koan, un paradosso utile unicamente ad intrattenere la creatura in un’attività talmente coinvolgente da non aver tempo né energie per altre ricerche?

Terza: se qualcuno nasconde qualcosa a qualcun altro è perché quel qualcosa esiste, altrimenti non avrebbe senso nasconderlo. Se non esistesse, non esisterebbe nemmeno la possibilità di nasconderlo. Come posso io nascondere a mio nipote la mia Ferrari, perché non gli venga voglia di farsi un giro, se non esiste? Se mi occupo, invece, di nascondergliela è perché, avendocela veramente, temo che se la usasse si schianterebbe. O me la rovinerebbe. O qualsiasi altra cosa che potrebbe succedere a seguito di quella che io ritengo essere una sua coscienza non sufficiente a guidare una macchina di quel tipo. Ergo, se il creatore nasconde alla creatura la sua capacità di creare la propria realtà è perché esiste. Ma perché lo fa? Qual è la cosa che lo spinge a nascondere il quid?

Quarta: sia in questa storia che in tutte le altre, che dicono la stessa cosa pur usando contingenze diverse, la cosa che viene nascosta non è la capacità di creare la propria realtà, ma il realizzare di averla. Per il creatore è fondamentale che l’umano non ne sia cosciente: perché? Per gli Hopi è perché deve essere pronto ad usarla, per gli elohim è perché, essendo ormai come loro, diventerebbe più potente di loro.

Ciò che sto dicendo qui, aiutato dalla PNL e dopo averlo sviscerato nel libro (che a sto punto rimaneggerò), è che è da millenni che viene manipolata la mappa in modo che l’uomo non riesca a orientarsi nel suo territorio. Se abbiamo la capacità di creare la nostra realtà, quella capacità c’è, da sempre. Esattamente come la cistifellea ce l’abbiamo da prima ancora di essere “sapiens”, ma non ne abbiamo, né mai ne abbiamo avuto, contezza alcuna. C’è, è lì, funziona da sola fin quando il nostro comportamento non la ostacola. Idem per la nostra capacità di creare la nostra realtà.

E cosa è successo nel frattempo? Niente. Nessuno di coloro che vengono descritti come maestri, illuminati, saggi e similari, ha creato la sua realtà, ma ha solo raggiunto livelli di adattamento, a volte altissimi, ad una realtà non sicuramente sua.

Perché?

Ed è qui che c’entra la Programmazione Neuro Linguistica.

I racconti della creazione sopra citati parlano di un creatore che nasconde all’uomo la consapevolezza di essere lui il creatore. Ma come può l’uomo diventare consapevole di essere il creatore della sua realtà se dà per scontato che esiste un creatore che l0 ha creato e che poi gli ha nascosto di essere lui il creatore? In sintesi, utilizzando un linguaggio specifico (la “storia”, il “mito”), si è generato un loop cognitivo inestricabile, in vigore da sempre, visto che sono storie della creazione, cioè dell’inizio.

Ecco che, quindi, continuare a cercare nei saggi del passato i modi migliori di vivere una realtà creata dal creatore che ci ha tenuto nascosto che siamo noi i creatori della nostra realtà, non fa altro che perpetuare il loop, depistandoci dalla possibilità concreta, reale e definitiva di esserlo veramente.

Il creatore che ci ha creato con la capacità di creare la nostra realtà, siamo noi.

Ora, capito questo, basta utilizzare gli stessi meccanismi e cambiare il linguaggio per riprogrammare i nostri neuroni ad accogliere una mappa che descriva un territorio nel quale attuiamo consapevolmente la nostra attitudine.

Ce lo siamo nascosti da soli: sveliamocelo da soli.

giovedì 9 luglio 2020

Ruota dei Tiranni spiegata di più.


La “Ruota dei Tiranni”, come tutte le ruote di medicina, è uno strumento utilizzato in chiave sciamanica. Ben lungi dall’essere un folkroristico giullare per turisti, lo sciamano prima sperimenta il problema nella pratica e poi trae le conclusioni. Prima fa l’esperienza e poi se la spiega o la spiega. 
Le sue conoscenze sono sempre e comunque “mappe”, strumenti per orientarsi, indicazioni di marcia, e non “territori” in cui il “paziente” viene immesso affrancandolo dalla responsabilità di prendersi cura di sé stesso. 
Ogni Ruota di Medicina, essendo una mappa, serve a due scopi fondamentali: ad orientarsi nel territorio ostile che senza mappa è solo caos, e a conoscere sé stessi in relazione allo spazio in cui ci si trova.
Per usare le mappe è necessario essere un guerriero
Il guerriero è un essere umano che ha deciso di agire la propria libertà, smettendo di essere agito dalle sue convinzioni e credenze e di essere schiavo di condizionamenti abituali acquisiti.
Viene definito guerriero quell’individuo che sa che avrà delle difficoltà più o meno gravose, ma che sceglie di correre il rischio piuttosto che restare intrappolato in consuetudini corrosive e debilitanti. Sceglie di “morire pur di vivere” invece di “vivere aspettando di morire”. È a questo individuo, se si rivolge allo sciamano, che egli indica la strada, fornendogli la mappa per cercare la sua, e sostenendolo nell’ intento.
La tradizione dice che il guerriero (se è tale) dispone di 4 qualità e di 6 attributi, di cui 1 esterno.

Le qualità sono:
  • La PAZIENZA (Est)
  • La GENTILEZZA (Sud)
  • La SPIETATEZZA (Ovest)
  • L’ ASTUZIA (Nord)
Sono qualità dell’essere guerriero, che lo distinguono dall'individuo normale il quale confonde la Pazienza con l’Inanità, la Gentilezza con l’Adulazione, la Spietatezza con la Crudeltà e l’Astuzia con la Furbizia. Queste qualità  vanno coltivate durante l’intera esistenza, in ogni momento della propria vita, ottenendo quella che viene definita da Don Juan Matus l’ “impeccabilità del guerriero”. Alla lunga fanno parte della sua personalità, sono identificative del suo modo di essere sul pianeta, in relazione a tutto ciò che lo circonda.

Gli attributi interni sono:
  • CONTROLLO
  • DISCIPLINA
  • TEMPISMO
  • EQUILIBRIO
  • INTENTO (differenzia un individuo normale da un guerriero più degli altri attributi, e tiene in collegamento gli altri cinque)
Armato delle sue qualità, quando si appresta a compiere qualsiasi nuova sfida, pianifica una strategia di azione e vi applica gli attributi interni.

Il guerriero, però, ha sempre contezza che il suo scopo ultimo è l’avere in sempre maggior quantità energia a disposizione. È fondamentale, perciò, che non disperda e sprechi quella che ha, sia di default, sia acquisita. Egli è consapevole che spreca la maggior quantità di energia nel mantenere in vita la sua importanza personale.

L’importanza personale, che qualcuno chiama ego, ci obbliga a sprecare il 95% della nostra energia vitale, nel tentativo di dimostrare di essere “troppo” qualcosa: grassi, vecchi, intelligenti, furbi (diverso da astuti), buoni (diverso da gentili), stronzi, disponibili (diverso da pazienti), crudeli (diverso da spietati), belli, fighi, eccetera.
È una vera e propria attività che impegna tutta la nostra vita e per la quale investiamo, e dissipiamo, tempo e soldi e relazioni.

Una delle sfide più importanti del guerriero è dunque quella di smettere di sprecare energia eliminando la sua importanza personale. Per fare questo, oltre ai 5 attributi descritti sopra, usa un elemento esterno, il Tiranno, che è un suo attributo perché, in realtà, è una sua proiezione.

Il Tiranno ci distoglie dalla nostra normale attenzione al fine di averla per sé, costringendoci a sprecare la quasi totalità della nostra energia nel tentativo di recuperare il nostro stato precedente al suo arrivo.
Saperlo ci permette di scoprire dove l’importanza personale applica la sua azione, proiettandola all’esterno e agganciadolesi, per poterla smettere. Ha l’opportunità di svegliarsi, di vedere con gli occhi della consapevolezza, dove e con chi e perché cerca inconsciamente di mantenere viva la sua condizione di “strumento” degli altri pur di potersi ornare della sua importanza personale.

Se non ha la fortuna di incontrarlo sulla sua strada, il guerriero è costretto a cercarlo” dice Don Juan a Castaneda. Qui entra in gioco la “Ruota dei Tiranni”, uno strumento potentissimo per riprendersi il proprio potere e smettere di sprecare energia vitale.

Armato dei suoi attributi, con alla testa l’ intento, il guerriero si pone al centro della Ruota, attorno alla quale sono seduti gli otto “interpreti” dei tiranni, che ha scelto fra i partecipanti; seduto di fronte al tiranno del sud (perché il sud è il “posto” delle emozioni) espone il suo punto debole del momento, risponde a domande, utili ad ogni tiranno per focalizzare la propria azione, e finalmente comincia ad interagire con tutti e otto, i quali portano in evidenza quello che comunque sta succedendo nel quotidiano del guerriero.
Il guerriero può “vedere” l’attenzione a cui è rimasto attaccato (che va invece cambiata) e può scoprire come e su che cosa la sua importanza personale lo costringe a sprecare l’energia, nel tentativo di mantenersi nello stato addormentato in cui era e nel quale (in quanto ancora essere umano normale) voleva restare.

Il lavoro è utile e interessante solo se l’ intento del guerriero è così potente da guidarlo ad evolversi togliendosi i viluppi (svilupparsi) di un modo di vivere ordinario per entrare libero in una vita straordinaria.

Per permettere che questo lavoro sia il più possibile utile e funzionale, c’è la necessità di disporre di veri tiranni, impeccabili nella loro funzione, assolutamente gentili, pazienti, spietati e astuti, cioè. Abili praticanti dell’arte dell’agguato e della caccia. Veri guerrieri, insomma.

Quindi, prima di costruire la ruota e di utilizzarla, c’è bisogno che i guerrieri, futuri “tiranni”, siano forniti della conoscenza e dell’allenamento utili ad assolvere a tutti e otto i ruoli, perché sarà il guerriero che vuole sedersi al centro a scegliere chi e dove starà seduto attorno a lui. Nello scegliere, sa che ognuno dei suoi compagni è in grado di impersonare tutti i Tiranni, ma sente che l’impeccabilità di ognuno lo renderà più potente in un ruolo specifico.

Se la parte dura e faticosa del lavoro, è quella di permettere ad un guerriero di disporre di tutta la sua energia e di imparare a non sprecarla più, la parte divertente è quella di imparare ad essere tiranni del guerriero, riconoscendo, prima di tutto, che, per gli altri, gli “altri” siamo noi. E per quanto ci sentiamo (importanza personale) dei creaturini dolci e simpatici, in realtà per qualcuno siamo un tiranno... forse più di uno.

 

 

p.s.: La conoscenza di questa e delle altre Ruote, avendola pagata lautamente, l’ho avuta dalla Deer Tribe https://www.facebook.com/DTMMS; mia è l’abilità nell’uso e nella pratica, che ho acquisito in 30 anni di esperienza mia.

lunedì 29 giugno 2020

Solitudine e Consapevolezza

Solitudine o isolamento?


Mentre l’isolamento, che sia auto inflitto o imposto, è la percezione del distanziamento da altri esseri umani ben identificabili e della cui esistenza si è assolutamente coscienti, la solitudine è un ritiro in sé stessi anche in contesti di inclusione dove si è resi partecipi di attività in relazione a individui singoli o in gruppo.
La solitudine è la percezione di un incontro/scontro con sé stessi, l’isolamento di un confronto con gli altri.
C’è una sensazione diffusa di solitudine, di questi tempi, che l’isolamento imposto dalla pandemia ha solo accentuato, a causa delle manifestazioni di egoismo e analfabetismo funzionale.
Per molti, ciò che prima era un disagio galleggiante nel proprio quotidiano, è diventato uno stato di angoscia in profondità, da dove la sensazione di non appartenere a questo mondo, a questa specie è affiorata prepotentemente.
Si sono chiusi rapporti, con sconfortante sorpresa, fra amici di vecchia data, fra persone che ritenevano di avere punti di vista comuni. Ciò che avrebbe potuto renderci migliori, ha sdoganato, invece, in maniera sconvolgente, il peggio.
È apparsa, quindi, una sindrome nuova, quella di chi non vuole tornare alla vita di prima, ma che, anche, non vede possibilità di una vita migliore.
Voglio essere vicino a chi in questa bagarre ha percepito più in profondità la propria solitudine. E dire loro che non è più tempo di soffrirne.

TERZOPRINCIPIO DELLA DINAMICA.

A differenza del primo e del secondo principio, che valgono solamente nel sistema di riferimento inerziale, questo principio vale in qualsiasi sistema di riferimento.
I termini azione e reazione non vanno intesi in successione temporale, poiché si tratta di una situazione simmetrica (di una interazione).
Il terzo principio ha validità sia per le forze di contatto (come può essere tra una pallina da tennis e la racchetta) sia per le forze a distanza (come quelle gravitazionali).
La seconda forza (quella dovuta al principio di azione e reazione) non è intenzionale e non è eliminabile.” 
La fisica ci svela che sta succedendo qualcosa di cui non siamo coscienti, ma che può trasformare la percezione di disagio causata in apparenza dalla solitudine. Anche se ciò che si vede è un mondo di assaltatori e guastatori disadattati, completamente distanti dalla consapevolezza, col Terzo principio della dinamica possiamo interpretare i fatti con una visione positiva.
“… poiché si tratta di una situazione simmetricae la seconda forza “(quella dovuta al principio di azione e reazione) non è intenzionale e non è eliminabile.” è assunto che si stia muovendo una forza uguale e contraria: all’aumento dell’inconsapevolezza sta aumentando la consapevolezza.
Il grosso disagio è dato, però, dalla “condicio sine qua non” dell’aumento di consapevolezza: ognuno lo fa da sé solo.
Il percepire la solitudine è l’effetto della consapevolezza che aumenta, che è però data dal fatto che ognuno ci deve lavorare da solo, su di sé, con i suoi strumenti e con le sue sole forze, anche se si percepiscono scemare.



Ancora una riflessione sul terzo principio, non una lezione, però. Le forze in campo, se sono uguali, anche se contrarie, dipendono dal rapporto massa/accelerazione di ognuno dei due oggetti. Ad esempio, non è necessario che la massa degli imbecilli con la loro forza di distruzione debba essere confrontata con quella di un eguale massa di consapevoli. Perché potrebbe essere l’accelerazione a fare la differenza nel rapporto, al punto da rendere uguali le due forze di azione/reazione.
Amo fare un esempio: capitasse di vedere 51 locomotive accese e in azione di cui 50 vanno in una stessa direzione mentre 1 sola si oppone loro, il sistema rimane in equilibrio perché quella che è da sola ha potenza uguale alle altre 50 messe insieme.
Non sto dicendo di avere la volontà di essere quella povera solitaria contro tutti, non dico di scegliere di salvare il mondo. 
Sto dicendo che, quel lavoro pazzesco che ognuno di coloro che lavora su di sé sta facendo, sta producendo qualcosa in un sistema chiuso che ha le caratteristiche sopra descritte. Non cambia niente per la povera locomotiva, comunque deve spingere e deve farlo da sola, come legge universale, comunque percepirà la sua solitudine e la fatica inerente, ma forse, un pizzico di sostegno le arriva dal sapere che ci sono suoi simili nella sua stessa condizione. “Mal comune, mezzo gaudio” diceva un detto, anche se di ben poca consolazione.
Quello che mi preme qui comunicare è che, nel sentire la propria solitudine, non serve farsi del male pensando di essere soli contro il mondo intero. Sta succedendo qualcosa di fondamentale che può essere portato ad un livello sempre più alto, e ce lo sta dicendo la fisica.  

Sta succedendo.  

Ed è quello che conta.
Non siete isolati, ce ne sono altri in giro per il mondo. Ma non cercateli, perché la “consapevolezza” non si può raggiungere in gruppo. Ci si può ritrovare insieme per condividere la propria esperienza, ci si può donare la propria comprensione e la propria amorevolezza, ma poi si torna, ognuno a casa sua, a continuare a “tornare” a sé stessi.
Approfittate di ogni opportunità di interazione con individui che lavorano su di sé, ma siate sempre consapevoli che non ci potrà mai essere il “partito” dei consapevoli, proprio perché se lo sono, “lavorano” da soli/Soli. 
E di Sole ce n’è sempre uno Solo, in ogni sistema solare. 
 

sabato 16 maggio 2020

No, come prima no!

La Terra rischia di diventare sempre più arida - Galileo

Ero felice, quasi, che si fosse presentata l’opportunità dell’agognato “cambiamento”. Mi aspettavo tempi duri, difficili da supportare con una tenacia di cui non sapevamo niente. Della tenacia, intendo. E nemmeno dell’integrità.

Si è scoperto invece che il tanto sbandierato cambiamento non andava bene: tutti vogliono “tornare” com’era prima. Ognuno a suo modo.

Qui si svela quello che immaginavo e, oso dirlo, intuivo. E cioè che il tanto sbandierato “spirito” non è altro che merce, un prodotto da vendere come qualsiasi altro sul mercato.
Io non voglio assolutamente tornare là dov’era il prima, perché ho fatto di tutto, tutto ciò che era nelle mie possibilità, perché cambiasse, perché l’evoluzione che compete all’essere umano avvenisse.
Ho trascorso, come quasi tutti, i miei 60 giorni di clausura e ho seguito ciò che i social trasmettevano di notizie, articoli, comunicazioni ufficiali di scienza, politica, religione e economia, ho letto e ascoltato le altre campane e anche quelle rotte, quelle tibetane e i ferracci da rottamazione. Anche le voci angeliche e i rutti inveterati. Tutto ciò che potevo osservare, con la brama di vedere che quel 

cambiamento, 

quell’evoluzione stesse avvenendo.
Invece, col trascorrere del tempo, solo un’involuzione sempre più profonda, da schiacciarmi con disillusione e terrore.
Se ritenevo che noi fossimo i creatori della nostra realtà, ho scoperto che sappiamo fare solo produzioni netflix di odio, ansia, assalto, storie di vampiri e di assassini mafiosi o messicani, di ‘ndrangheta e narcos.
E ho capito una cosa: che ci sia il cambiamento è esattamente ciò che spaventa di più proprio chi dice di volerlo. Perché non potrebbero più morire sognandolo. Sarebbero costretti a vivere come avevano sognato, e questo comporterebbe fatica.
Non avevo dubbi da molti anni sul fatto che proprio chi si dice spirituale era il punto debole della famiglia umana, ma non mi aspettavo che si manifestasse questa ecatombe.
Piene, totali contraddizioni, sguardi rivolti al passato, danze imbecilli sulle profezie e sulle voci dai maestri illuminati e dagli alieni. Ma al tempo del cambiamento vogliono tornare, liberi, a come era prima.
Probabilmente, nonostante loro qualcosa è cambiato comunque, ma non è manifesto.
Ho sentito per decenni quasi urlare che siamo tutti uno e che l’amore è la forza più grande dell’universo, ma ora, quando si dovrebbero aprire le menti e le anime al cambiamento, ci sono le tifoserie. E non per due squadre, ma per decine, ancora, a competere per chi vince il campionato.
Non ci torno a com’era prima, no. Io non ci torno. Anche se non so dove andrò né cosa ne sarà di me, io, dov’eravamo prima non ci sarò.
Per questo riparto con il blog. Per questo, dopo averlo lasciato rinsecchire, voglio usarne il potenziale per dire la mia su cosa è PER ME il dopo, quello che voglio, 

che non sia più il prima.


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domenica 19 maggio 2019

Ricchezza, abbondanza e povertà.

Opulento o Misero?

Sono stato costretto a farmi alcune domande su Ricchezza, abbondanza e povertà. perché mi ritrovo anch’io a combattere con la fatica di chiunque abbia difficoltà a sbarcare il lunario, come si dice prosaicamente.

Chissà quanti manuali e corsi per diventare ricchi avete come me cercato, possibilmente gratuiti, vista la condizione di partenza. Già. Perché poi, in concreto, se ho i soldi per comprare quei corsi, vuol dire che in qualche modo entrano, ci sono a disposizione.

Ma “Come diventare ricchi in 10 passaggi” è un titolo che tira. E chi non ci starebbe?

Solo che, appunto, la tecnica descritta fa diventare ricco chi la vende, non chi la compra.
Non entro nel merito dell’etica e della manipolazione, non tanto perché gli sciacalli meriterebbero le attenzioni delle forze dell’ordine, ma perché se possono sfruttare questa leva emotiva è perché c’è chi ha bisogno di farsi dare istruzioni speciali per una competenza speciale che crede di non avere e che crede si possa avere.
Leva emotiva, dicevamo, ed è il momento di fare i conti con Lei.
Se è di emozioni che si parla, stiamo argomentando qualcosa che al 95% rientra nella sfera di pertinenza dell’inconscio (o subconscio che dir si voglia), per cui non c’è nessun manuale che possa scalfire un’emozione. I manuali si rivolgono alla parte conscia, razionale, calcolatrice.
Allora lasciamo perdere tutto ciò che riguarda la “conoscenza” - di tecniche, in questo caso – e andiamo a guardare qualcosa che di solito non solo non si vede, ma non si guarda nemmeno: i meccanismi dell’inconscio.
Il primo, di cui è fondamentale prendere atto anche per proseguire questa lettura, è che non si modifica di un micron se ci si ferma al solo aspetto intellettivo. Capire o “essere d’accordo” non sfiora minimamente la preponderanza reattiva del meccanismo inconscio.
Quindi è bene prepararsi ad affrontare questa informazione predisponendo una modalità di ascolto delle sensazioni e alle reazioni che avvengono istantaneamente in noi, allenandosi ad essere sempre più veloci a coglierle. Mettersi di buzzo buono ad allenarsi con pazienza cominciando da piccoli “pesi”, è il metodo migliore in ogni “palestra”.

Cominciamo col mettere alla luce una dialettica che non viene mai presa in considerazione perché ci sono tanti sinonimi che vengono usati indistintamente, quali ricchezza/povertà, abbondanza/mancanza, prosperità/indigenza e altre.

Quella di cui parlo è opulenza/miseria.
Queste due parole hanno una valenza diversa dalle altre e vengono definite in linguistica “di alto registro”. Il che significa solamente che, in base alla loro etimologia, il significato che esprimono è molto ampio. Per esempio, con queste due, a seconda del contesto si possono esprimere concetti diametralmente opposti.
Io voglio fermarmi alla loro origine.
Cito:
dal latino opulentus, derivato di ops 'mezzi, ricchezza, potere', col suffisso -ulentus, che indica abbondanza. https://unaparolaalgiorno.it/significato/O/opulento
L'etimologia della parola miseria è da ricondursi alla radice sanscrita mi- che significa distruggere, diminuire... (si ritrova anche in meno). Da questa radice, il greco μῖσος (misos) = odio, avversione e poi il latino miseria = estrema povertà, in senso lato, sciagura, afflizione, bisogno... https://www.etimoitaliano.it/2014/11/miseria.html
Ecco.
Sono coinvolti tutti gli aspetti della vita di un essere umano, a seconda di quale delle due descrive lo stato di vita.
Ora è il momento di mettersi ad ascoltare le sensazioni e le reazioni, come dicevo poco sopra, utilizzando l’aspetto intellettuale per “guardare” delle foto, dei quadri o delle statue, e “ascoltare” cosa muovono in noi.
Si può voler essere ricchi quanto ci pare, desiderarlo con tutto noi stessi, ma se il nostro inconscio/subconscio è formato sulla “miseria”, faremo di tutto, inconsapevolmente, per restare “in miseria”. Magari riusciremo ad avere a disposizione del denaro, anche in abbondanza, ma in breve saremo ritornati alla nostra abituale “miseria”. Sono tanti i casi di chi si è “arricchito” per tornare in breve da dove era partito o ancora peggio.

La miseria, in chi la vive, non è soltanto mancanza di denaro, ma anche di energia vitale, di presenza di spirito, di valore di sé, di autostima e di profondità di valori.

Così come non è sicuro che un ricco sia opulento nel suo carisma, che emani energia vitale, che colpisca per la sua empatia e comunicazione.

In conclusione, suggerisco a me stesso, prima di tutto, di osservare i meccanismi inconsci che fin qui ho attribuito ad un fantomatico auto sabotatore in me. Non sta opponendosi a me, ma fa il suo mestiere al meglio delle sue competenze. È il Mago che è in me e che sa come fare per destrutturare quei meccanismi.
Opero.
Ciao.